Critica della logica lineare. - La nuova umanità

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Critica della logica lineare.

Ben Boux
 

Critica della logica lineare.

Ben Boux  www.lanuovaumanita.net


Volendo fare uno studio della logica ed un'analisi dei suoi limiti mediante le conoscenze disponibili nell'attuale epoca, mi pare che il corretto punto di partenza sia citare Kurt Gödel che dimostrò che se un sistema formale è logicamente coerente, la sua non contraddittorietà non può essere dimostrata stando all'interno del sistema logico stesso. Il senso della scoperta di Gödel è ancora oggi oggetto di discussione: da un lato si ritiene che il suo teorema abbia definitivamente distrutto la possibilità di accedere a verità matematiche di cui avere assoluta certezza; dall'altro che egli abbia invece positivamente risolto il proposito di Hilbert, anche se per una via opposta a quella da costui immaginata, avendo paradossalmente dimostrato che la completezza di un sistema è tale proprio perché non può essere dimostrata.

(Nota: alcune definizioni sono ricavate da wikipedia, sono là espresse nel migliore modo possibile, e non si possono riscrivere con altre parole.)

In parole semplici, il processo logico non può portare ad una conclusione diversa da quella intrinseca delle sue regole e nello stesso tempo, quindi, la matematica, come particolare estensione della logica, non può superare il limite della propria definizione, quindi non è possibile arrivare alla verità con l'uso di questi mezzi.

Kurt Gödel è il ricercatore, al condine della filosofia, più avanzato nello studio della logica, i suoi precedessori, sin dai tempi dei Greci antichi, hanno cercato di consolidare la validità del processo logico, ma sono, a mio avviso, caduti tutti in errore, proprio perché per dimostrare la validità della logica hanno utilizzato la logica stessa.

Aristotele fu il più autorevole codificatore della regole della logica, seguite fino ai tempi recenti, diede alla logica un'impostazione sistematica. Per Aristotele essa coincide col metodo deduttivo, l'unico per lui dotato di co-sequenzialità necessaria e stringente, come appare evidente nel sillogismo. Il sillogismo è un ragionamento concatenato che, partendo da due premesse di carattere generale, una "maggiore" e una "minore", giunge ad una conclusione coerente su un piano particolare. Sia le premesse che la conclusione sono proposizioni espresse nella forma soggetto-predicato.

Tuttavia la logica aristotelica è uno strumento che di per sé non dà accesso alla verità, perché le premesse sono effettuate dall'intelletto, quindi si può soltanto discendere a delle conclusioni solo formalmente corrette, se le premesse sono false, anche il risultato sarà falso. Solo l'intuizione intellettuale, situata a un livello sovra-razionale, può dare ai sillogismi un fondamento reale e oggettivo.

Dove in un primo tempo Aristotele espone le leggi che guidano la logica: non dimostrabili neanche esse, ma intuibili solo in forma immediata, sono il principio di identità, per il quale A = A, e quello di non-contraddizione, per cui A ≠ non-A. Quindi è la deduzione che permette alla logica di delinearsi. Successivamente sostiene che a differenza della deduzione, che ha carattere necessario, l'induzione muove viceversa dal particolare all'universale, e non può avere quindi alcuna pretesa di consequenzialità logica: partendo infatti da singoli casi particolari, non potrà mai approdare ad una legge universale logicamente stringente. La logica aristotelica pertanto è solo deduttiva, una "logica induttiva" sarebbe per lui una contraddizione in termini.

Come si vede, oggi, con grande chiarezza, i ragionamenti sopra esposti sono un esercizio di logica, in particolare aristotelica, quindi, in pratica, non abbiamo raggiunto alcun risultato, siamo rimasti all'interno delle definizioni di Kurt Gödel.

Per molti secoli ogni pensatore è rimasto prigioniero in questo ambito, alcuni lo hanno riconosciuto, i più non se ne sono accorti. Il contenuto dei significati e la loro origine sono stati approfonditi dalla logica medievale, specie dalla scolastica che distinse tra logica minor e logica maior. Con il Novum Organum, Francesco Bacone cercò di costruire una nuova metodologia basata sull'induzione impostando la logica come strumento di indagine scientifica. Riprendendo questi temi René Descartes cercò di stabilire se il rigore tipico di un discorso matematico potesse essere alla base di qualsiasi sapere, compreso quello filosofico.

Kant distinse, in proposito, le proposizioni logiche, altrimenti dette analitiche, da quelle empiriche. Le prime non possono essere contraddette, pur essendo tautologiche, in quanto esprimono un concetto già implicito necessariamente nelle premesse, mentre quelle empiriche sono delle constatazioni di fatto in cui il predicato non è compreso nel soggetto: queste ultime sono pertanto sintetiche, in quanto collegano, o uniscono, un contenuto ad un altro diverso.

Nessuna delle due tipologie risultava però in grado di ampliare il nostro sapere sul mondo, dato che le proposizioni analitiche non aggiungono alcuna conoscenza alle premesse, mentre quelle empiriche, basate su un dato contingente, erano prive di universalità. Kant ritenne allora di individuare un terzo tipo di proposizione, che pur essendo sintetica non derivasse dall'esperienza: le proposizioni sintetiche a priori, su cui giustificare la pretesa della scienza di essere valida. In quest'ultimo tipo egli faceva rientrare anche le proposizioni della matematica.

Queste intuizioni pongono le premesse per un riesame dei concetti seguiti sino ad allora, circa la validità del processo logico aristotelico di ricerca della verità, questa nuova analisi è stata, come detto poc'anzi, rielaborata da Kurt Gödel da una parte, da matematici come George Boole dall'altra, e da filosofi come Charles Sanders Peirce.

George Boole propose un'interpretazione del rapporto fra matematica, logica e filosofia che prevedeva l'associazione tra logica e matematica al posto di quella fra logica e metafisica; Boole considerava la logica alla stregua della scienza delle leggi dei simboli attraverso i quali si esprimono i pensieri, e applicò parte della filosofia algebrica cantabrigense al settore inesplorato della logica formale.

La sua teoria della associazioni è alla base delle regole in seguito codificate ed applicate dalla scienza informatica. Egli aveva intuìto un formalismo di equivalenza di stati “logici” univoci, quelli unicamente possibili nel contesto dell'applicazione di semplici allocuzioni come “and” “or” e “not”, che sono interruttori, aperto o chiuso o rovesciato, che è l'unica modalità possibile come struttura basilare dell'informatica.

Questa applicazione della logica è la più semplice possibile e se con la concatenazione di sequenze di interruttori posti secondo una regola “a priori”, per dirla come Kant, è possibile descrivere l'intero universo, tale descrizione richiede l'applicazione, appunto, di regole, con le quali tradurre la realtà, in un linguaggio codificato, quindi all'interno del suo proprio contesto, e non è possibile quindi aggiungere qualcosa alla realtà che già si conosce.

Secondo Charles Sanders Peirce, il valore conoscitivo delle ipotesi che vengono formulate dipende dal grado di predizione che esse dimostrano; perciò il valore di una ipotesi teorica è dato dalla possibilità o meno che essa fornisca previsioni riguardo al dato fenomeno. Il pragmatismo, o pragmaticismo, di Peirce diede un grande contributo alla ridefinizione dello spazio concesso alla conoscenza scientifica, fondandolo su di una concezione epistemologica che si opponeva sia al determinismo positivista, sia al neoidealismo antiscientifico nato con Croce.

Una delle sue più importanti asserzioni filosofiche fu la definizione della credenza come ultimo fine di ogni indagine; l'autore rintracciò alcuni metodi atti all'inquadramento della credenza: quello della tenacia, quello dell'autorità e quello metafisico. Ma tutti questi metodi contengono il difetto intrinseco di non poter essere dichiarati falsi; quindi solo il metodo scientifico può accogliere la correzione e perciò accetta la sua fallibilità. Il fallibilismo fu un elemento prioritario del pensiero di Peirce, allo stesso modo del concetto dell'evoluzione, tipico della sua epoca.

Questo sconfinamento dalla ricerca della verità solo come esercizio del riconoscimento del migliore metodo verso il criterio che è alla base del concetto di scienza, è arbitrario, perché la scienza, nonostante la propria definizione e pretesa di precisione, è quanto mai incerta, poiché dipende esclusivamente dalla sensibilità e dalla precisione dei sistemi di analisi della realtà, e quindi anche se si accetta la sua fallibilità, tale limite è troppo esile come procedimento adeguato a raggiungere la verità.

Oggi si può certamente affermare che la scienza ha fallito nella ricerca di ogni sapere e nella spiegazione di ogni aspetto della realtà. Questo vien messo in evidenza proprio dalla forzatura della logica attuata dal tentativo di dimostrare i fatti non compresi dello infinitamente piccolo e grande, come l'atomo e l'universo, le cui spiegazioni vengono fornite solo mediante ipotesi probabilistiche più o meno attendibili, e certamente, per propria natura, non dimostrate perché non dimostrabili. (ad esempio il principio di indeterminazione di Heisenberg che stabilisce i limiti nella conoscenza e nella misurazione dei valori di grandezze fisiche coniugate o, nelle formulazioni più recenti e generali, incompatibili in un sistema fisico).

Con queste premesse la situazione è molto scoraggiante, la Verità è irraggiungibile, si può soltanto sperare di avvicinarsi, tuttavia senza poter sapere né quanto ne siamo distanti, né in che direzione procedere.

Ora, prima di procedere nell'analisi, tentando di superare il confine che ci tiene obbligati all'uso dei suddetti strumenti di ricerca per raggiungere la verità, per individuare se esiste e come attuare un diverso procedimento che: o permetta una corretta verifica logica, o ne permetta una ricerca alternativa, conviene dare uno sguardo al meccanismo del cervello che opera l'analisi della realtà.

Dagli studi di Peirce deriva quella branca di indagine, al confine tra la logica e la filosofia, denominata semiotica, ovvero la comunicazione dei significati attraverso i segni. Si tratta di comunicazione tra un soggetto umano ed un altro o tra il soggetto e la realtà che lo circonda, perché la comunicazione tra altri soggetti, tra macchine, calcolatori per esempio, non ha bisogno di particolari indagini in quanto risponde a delle precise regole stabilite prima, durante la progettazione.

Il soggetto umano, ha anch'esso delle regole, ma non le conosciamo, ed ecco che la logica viene utilizzata per superare tale limite, ma questa è soltanto, come si è visto, un'estensione del meccanismo con cui il cervello genera il pensiero, in altre parole è figlia del linguaggio. Il cervello, l'io pensante, formula il pensiero mediante una sequenza di sillogismi concatenati per la connessione dei quali si avvale dell'esperienza, cioè di quanto ha appreso per similitudine nelle esperienze passate.

E questo fonda la base per il ragionamento logico, che dipende quindi, al di là delle varie definizioni, esclusivamente dalla natura e qualità dei riferimenti già noti e considerati come verità. Ecco il limite della logica, in particolare aristotelica, tutto il ragionamento si basa sulla deduzione ricavata da cosa e quanto si sia appreso consciamente o inconsciamente, cioè in modo automatico, senza distinzione né quantitativa né qualitativa, perché non c'è modo di fare una comparazione con un riferimento assoluto.

Il cervello è costantemente occupato ad esaminare la realtà esterna ed inizia questo lavoro sin dalla nascita, da principio con piccole associazioni, ma crescendo con diramazioni sempre più complesse sino al grado di maturità specifico per ciascun individuo. E' la memoria il luogo dove le associazioni, il rapporto tra i significati delle cose, vengono raccolte ed incasellate in conformità alle esperienze che le hanno provocate. In altre parole, ad ogni sequenza di fatti che porta a riconoscere quel certo numero di stimoli già osservati in precedenza, si forma la costruzione di un modello che viene in seguito utilizzato per rendere sempre più automatico il riconoscimento dello schema che ne è sotteso.

Questo meccanismo permette al cervello di occuparsi soltanto delle sequenze “nuove” e rimanda l'interpretazione delle acquisizioni che riconosce, come uguali o simili a quelle note, ad un procedimento automatico cablato nel cervello lungo percorsi ben delineati, a volte anche marcati in profondità.

Se questo modo di economizzare le risorse permette al cervello di dedicare più tempo e attenzione all'esame delle novità, rende però lo stesso cervello vulnerabile all'errore di interpretazione quando le nuove esperienze non sono del tutto aderenti ai modelli che riconosce in automatico, causando perciò il soggetto a male intendere i nuovi stimoli. Questo è via via più grave ed importante tanto più il modello sia radicato, mentre l'attenzione del sé presente verso gli stimoli in entrata mettono in modo “logico” in contraddizione il modello impresso dalle precedenti esperienze. Dicendo logico si intende l'uso automatico dei sillogismi che permettono la comparazione dell'esperienza attuale con il modello archiviato ed usato come riferimento.

Il cervello non è in grado di esaminare ogni momento tutti gli stimoli in arrivo nella loro interezza, non ha la potenza elaborativa adeguata a questo compito, ha ciò che viene detto una coscienza limitata. Non si tratta di intelligenza, anzi a volte una grande intelligenza rende il cervello meno capace di raccogliere gli stimoli entranti, perché è occupato ad esaminare quelli attuali con maggiore profondità.

Per aiutare a concettualizzare questo tema invito a considerare lo schermo del monitor di un PC. Per prima cosa quello che viene visto non avviene nel monitor, ma nel PC, il monitor permette di vedere quali che siano le premesse dell'azione ed i risultati conseguenti. In paragone, la mente conscia, la parte che elabora gli stimoli in ingresso non è la struttura complessiva della mente, ma solo il tramite tra il sé e la propria essenza completa, che comprende varie le facoltà e i componenti della psiche.

Quando utilizziamo un programma, noi dedichiamo l'attenzione a quello soltanto. Se ci occorre fare un esame più dettagliato apriamo una finestra nuova con un altro programma e utilizziamo quest'ultimo, trascurando momentaneamente l'altro, e così via, per ogni nuova immissione di dati. Poi possiamo ritornare al programma iniziale, con eventualmente i nuovi dati elaborati, ciascuno secondo la propria dinamica, che contribuiscono eventualmente a formate il risultato dell'esecuzione del programma principale.

Mentre siamo davanti al nostro monitor siamo coscienti solo delle operazioni che stiamo conducendo attraverso i programmi che stiamo usando, non siamo consapevoli di altro. Ma il Pc esegue molti altri compiti, alcuni in completo automatismo, altri in modo semiautomatico, come ad esempio la tastiera, dove noi, gli operatori, componiamo i testi, o il mouse che comandiamo. L'azione è controllata da noi, ma la sua funzione è al di fuori della nostra competenza.

Allo stesso modo il nostro cervello si occupa dell'analisi degli stimoli in entrata a più livelli, quello cosciente, cioè il pensiero che stiamo formulando, quello automatico, derivato dall'esperienza, ma utilizzato solo parzialmente, come l'attenzione alla realtà circostante, e quello del tutto automatico, cioè il funzionamento del corpo stesso, con il respiro, il battito del cuore, ecc.

Questo modo di vedere le cose ci permette allora di fare una constatazione, tutto il meccanismo che sta alla base dell'azione del pensare è frutto di sequenze logiche, di cui una parte è totalmente automatica, un'altra è semi controllata, o semi cosciente, e solo una piccola parte è ciò che sentiamo nella nostra mente. La formulazione del pensiero avviene mediate la concatenazione di elementi che sono stati codificati dall'esperienza e via via raffinati e consolidati sin dai primi istanti della vita, che normalmente sono il linguaggio che abbiamo imparato.

Oppure altri modi di concatenare i concetti equivalenti agli stimoli in entrata, modi di strutturare il pensiero che creano coloro che per qualche ragione non sono in grado di apprendere mediante l'imitazione degli altri. Si formano vari gradi di meta simboli, dagli elementi più semplici, come gli articoli, per passare ai verbi ed arrivare ai sostantivi che rappresentano con un solo simbolo una pluralità di cose o simboli. In informatica queste sono definite “macro” o “classi”.

Quindi che ne siamo consapevoli o no, il linguaggio non è altro che logica, ma nello stesso tempo tale logica può essere formalmente esatta ed essere totalmente errata se le premesse non sono veritiere, se, per esempio, in un semplice sillogismo le parole che ne rappresentato le tesi sono attribuite a oggetti o proprietà diverse da quello che viene inteso dall'esterno.

Nello stesso tempo, la logica è derivazione diretta del linguaggio, quindi il suo impiego come strumento di ricerca della verità finisce per essere del tutto arbitrario, perché anche i termini di riferimento, che non sono assoluti, ma soltanto derivati dall'esperienza, non sono altro che una etichetta di comodo designata ad individuare, quando va bene, soltanto una approssimazione del vero significato che vorrebbero rappresentate.

Il processo dell'apprendimento che consiste nel tradurre gli stimoli o le esperienze in entrata in meta simboli che vengono messi in memoria, in modo da servire in seguito ad identificare quegli stessi stimoli ed esperienze in futuro, dapprima in modo semi automatico, poi, in seguito, quando si sono ancorati in profondità nella memoria, in modo automatico. Questo è ciò che avviene nella mente, perché questa ha una certa definita quantità di elementi a disposizione per elaborare il pensiero, ritornando al paragone col PC, ha un certo limitato spazio di memoria per eseguire il programma principale, l'attenzione cosciente.

Però questo approccio è allo stesso tempo un pericolo, perché gli stimoli o le esperienze che sono in entrata non vengono riconosciuti esattamente, in qualche caso, e, appunto, in questi casi il cervello incorre nell'errore. Come quando si è abituati a fare un certo percorso in auto per andare, per esempio, al lavoro, tutti i giorni, ed improvvisamente è necessario cambiarlo per qualche ragione, ma non si provvede e si sbaglia strada, perché la guida avviene in modo quasi automatico.

Il così detto “pensiero laterale”, cioè il metodo che permette di uscire fuori dal vincolo dell'automatismo, infatti, consiste nell'affrontare l'interpretazione degli stimoli in entrata escludendo il bagaglio di conoscenza che il cervello automaticamente utilizza per la loro traduzione e comprensione o elaborazione, in quanto la similitudine è molto spesso solo apparente al modello in memoria. (Il consiglio è di cambiare spesso il modo di fare le cose, per non creare, appunto gli automatismi).

Ma qui stiamo divagando, ritorniamo all'analisi della logica come strumento per raggiungere la verità. Abbiamo nuovamente verificato, con questa altra serie di considerazioni, che tale strumento non consente di raggiungere quello scopo, e a dimostrazione di questo, nessun pensatore a sino ad oggi ha ottenuto un risultato completo e soddisfacente.

Tuttavia la VIA esiste, ed è sfuggito ai più, è lo stesso processo  della formulazione del pensiero nel cervello ad indicarci il modo di superare i confini della prigione logica dentro la quale siamo rinchiusi in questo attuale contesto della realtà. Per realtà intendo la realtà nel suo totale, dallo immensamente piccolo allo immensamente grande. Tutto ciò su cui abbiamo potuto, possiamo e potremo indagare con strumenti sempre più raffinati, ma senza tuttavia poter mai riuscire ad avere la Verità.

Quando il cervello pensa, formula un'idea, o una astrazione come una figura, una immagine o altro, sta creando. Prima non esisteva, poi inizia ad esistere. Magari per poco tempo, o forse per molto, ma l'essenziale è che si tratta di una cosa nuova che prima non esisteva in nessun luogo o tempo. Non ha importanza quale sia il processo che ha consentito la formulazione del pensiero, si tratta delle sua stessa essenza, cioè la sua presenza che appare nella realtà in un certo istante. Che si forma dove prima non esisteva, cioè viene creato dal nulla.

Ora, dove risiede il pensiero? La risposta che viene data a prima vista è: nel cervello, ma non esiste una forma di materia tangibile e neppure individuabile che sia il pensiero. Per l'uomo di oggi questo non è più un mistero perché sa che esistono anche forme di sostanza virtuale, che sono i bit contenuti nelle memorie dei calcolatori. Si tratta infatti di essenze  “virtuali”, fatte di informazioni, ma che tuttavia possiedono le loro prerogative di individualità.

La Coscienza umana non è racchiusa tutta nel cervello, esistono anche le sensazioni, le emozioni ed i sentimenti. Si può ragionevolmente ritenere che le sensazioni siano il prodotto delle percezioni fisiche dei sensi, che le emozioni siano almeno in parte create dall'interazione chimica di varie sostanze dentro il corpo fisico, ma dei sentimenti-ìntuiti non si conosce né la natura, né la provenienza e sopratutto la residenza.

I sentimenti-ìntuiti non risiedono nel cervello, non sono la conseguenza del suo lavoro, non provengono da dei pensieri, quindi il loro sviluppo avviene altrove. Non solo, è il cervello stesso ad essere influenzato dai sentimenti-ìntuiti, che condizionano la formazione dei pensieri. Esiste quindi un piano di realtà in cui risiedono delle attribuzioni del corpo fisico che sono al di sopra della percezione dei sensi, tali da poter fare agire il cervello al posto degli stessi sensi, a volte in contraddizione con questi.

Al di sopra della realtà, al di sopra della fisicità esiste quindi un reame dell'immateriale dove risiedono, con una qualche loro ineffabile forma di esistenza, queste singolarità che definiamo sentimenti-ìntuiti. Questa non è una deduzione logica, è la pratica constatazione di una caratteristica della Coscienza umana, che, a quanto si vede, non è mai stata considerata con la necessaria importanza da molti filosofi, perché troppo occupati a fare lavorare il cervello, come se fossero, appunto, dei computer. Il reame dell'immateriale è al di sopra del contesto di questa fisicità ed è inaccessibile alla misurazioni dei nostri sensi o della loro estensione con attrezzi scientifici.

Da wikipedia.
In Blaise Pascal il sentimento, chiamato "sentire del cuore", esprime una vera e propria facoltà conoscitiva distinta e in un certo modo superiore sia alla semplice percezione sensibile che alla razionalità. Infatti il sentimento permette di cogliere ìntuitivamente cosa siano il tempo, lo spazio, il movimento, il numero cioè le basi stesse dell'attività razionale e logica-matematica. Afferma Pascal: c'è un ordre du coeur (ordine del cuore), una logique du coeur (logica del cuore).

La parola sentimento viene usata con molti significati, escludo l'accezione che rappresenta uno stato d'animo, come sentimento di odio, paura, o rabbia, e allo stesso modo sentimento di passione, orgoglio, eccetera. Questa accezione non tratta di qualcosa che nasce spontaneamente dentro la propria coscienza, senza che sia intervenuto uno stimolo, o una circostanza a provocarla, ma rappresenta l'adattamento del cervello a gestire tale stimolo in base alla sua esperienza o alla sua predisposizione. Il “sentimento” a cui mi riferisco è simile all'intuizione, ma l'intuizione stessa non ha sempre l'origine a cui stiamo facendo riferimento, a volte si scambia il risultato dell'analisi dell'”inconscio” per intuizione.

Stiamo “pattinando su uno strato sottile di ghiaccio”, è meglio forse denominare questa occorrenza come sentimento-ìntuito, cioè spontaneo, non elaborato dall'inconscio e sopratutto non associato a qualche lavoro del cervello conscio o inconscio avvenuto prima. Una parola che ha anche un significato simile è “ispirazione”, tuttavia anche questa parola non descrive esattamente ciò che stiamo analizzando, è infatti più usata per descrivere l'afflato poetico che un vero travaso di conoscenza dall'immateriale. Della stessa sostanza immateriale sono anche i sogni, le visioni, ecc, ma questo esula, essendo un argomento laterale, dallo scopo della attuale analisi.

E' necessario spendere anche qualche parola su dei termini usati. Il conscio e l'inconscio, l'incoscienza sono generalmente attribuiti a stati di attività del cervello. Ma la Coscienza, ora con la c maiuscola, è una altra cosa, è il complesso delle prerogative dell'essere umano e contiene tutto ciò che attiene alla psiche, alla personalità, ai ricordi e alla amministrazione del sentimento-ìntuito, ciò alla connessione con il reame dell'immateriale.

Si è detto che il cervello pensando le idee crea, il prodotto di questo lavoro è immateriale, al di di fuori del reame fisico, è quindi della stessa natura del  sentimento-ìntuito. Allora, e questo è davvero un ragionamento logico, significa che in qualche modo noi abbiamo l'accesso ad un contesto che è al di sopra di quello che racchiude la fisicità che percepiamo con i sensi, e di cui siamo parte e che permette la nostra esistenza. Questo ragionamento è valido in quanto gli elementi del sillogismo sono corretti e la conclusione è da ritenersi perciò esatta.

Non si tratta di concludere che dato che pensiamo, noi esistiamo, in quanto esistiamo fisicamente anche se siamo in stato di incoscienza, il nostro sé esiste anche se non pensiamo, esiste anche se siamo in grado di annullare ogni interferenza dei sensi e di assumere una completa cessazione di ogni lavoro del cervello. Ma in quel momento, quando abbiamo totalmente eliminato l'interferenza del raziocinio dominato dalla logica, il canale del sentimento-ìntuito riesce ad avere il predominio e ci permette di trasferirci al di sopra di questo contesto di realtà.

Il fatto di avere la prerogativa di “creare” dal nulla qualcosa, cioè il pensiero, ci accomuna, seppure al minimo livello, al Creatore maggiore, intendendo a chi ha in qualche modo generato il contesto di realtà un cui siamo immersi, e di cui facciamo parte.

Facciamo ora degli esempi. Se si ha la necessità di qualcosa, vi sono solo due alternative: la si costruisce, o la si cerca, o altro, oppure si chiede ad un altro di farlo per noi. Ho bisogno di una casa, me la costruisco io oppure vado da un muratore che la fa per me. Voglio una App o un gioco per il PC o lo smartphone, mi imparo il software e lo programmo io, oppure lo trovo già fatto da un altro. Si può andare all'infinito a trovare esempi.

Questo significa: la conoscenza, la verità di ciò che ne compete, della cosa che mi sto procurando è appannaggio di chi la costruisce. Le regole della App le conosciamo sia io che il progettista, ma io non posso conoscere altro, come i segreti della programmazione o dei particolari trucchi nascosti tra le regole o semplicemente il come il progettista ha sviluppato il lavoro. Quindi se sto nel livello superiore ho la conoscenza totale, se sto in quello inferiore e subordinato, ho soltanto quella che riguarda l'impiego del prodotto nel mio contesto.

La ricerca della Verità sembra aver raggiunto un limite invalicabile. Tralasciamo la verità che le religioni offrono, si tratta appunto dell'offerta di un pacchetto pre costituto e non è di certo una ricerca, senza contare che si tratta per lo più di ricette del buon vivere o di credenze fabbricate ad arte. Dal lato intellettuale il limite è evidente in quanto i filosofi hanno rinunciato, dopo Kurt Gödel, e lui stesso, ad andare avanti nello sviluppo della logica, e nella ricerca stessa, perché i limiti scoperti appunto da Gödel sono invalicabili. I moderni filosofi si occupano oggi del lavoro di interpretare nel modo più corretto possibile ciò che vedono, in particolare sulla interazione tra le persone, sul comportamento della gente, avvicinando in tal modo la loro ricerca a quella degli psicologi.

Sul lato della scienza il limite è stato raggiunto quando si sono affrontate le implicazioni della meccanica quantistica, dove il comportamento degli oggetti di studio non è più conforme alla classica logica sin qui accettata, e questo ha costretto gli studiosi a formulare delle teorie, per il momento, che includono una forte dose di incertezza, e rimandano l'esattezza della verità ad una mera percentuale di probabilità.

Allora è necessario fare una svolta copernicana, indagare non più con la mente e con i sensi, ma rivolgersi all'interno, escludendo i tradizionali metodi ed esplorando la possibilità di andare oltre il limite di questo contesto di realtà. Nello stesso tempo è necessario riconoscere che esiste un altro livello di realtà al di sopra del nostro, perché soltanto in questo modo si può accettare che esistano quelle ineffabili prerogative che sono i sentimenti-ìntuiti.

Sentimenti-ìntuiti in senso lato, cioè ciò che si sente dentro sé, che appare dal nulla, proprio come i pensieri, ma al di là del nostro controllo. Li possiamo dirigere, però, possiamo selezionare gli argomenti che trasportano, si tratta solo di imparare la procedura e si ottiene in tal modo di affacciarsi a quell'immenso mondo di conoscenza che è bagaglio di chi o cosa ha coordinato le struttura del reale.

Di chi in sostanza ha creato il nostro reale, il nostro contesto, e che di conseguenza ne è al di fuori, e ne conosce tutte le Verità. E' là che risiede la fonte dei nostri sentimenti-ìntuiti, il nostro sentire dall'interno, al di fuori dei sensi. E' quindi un canale molto più efficiente perché non deve essere filtrato dai sensi stessi e non deve essere distorto dalla scarsa sensibilità dei mezzi scientifici che non sono, oggi di certo, in grado di misurare la Verità.

I filosofi, per lo più, non si sono rivolti allo studio dell'interno del sé, hanno lasciato questo campo di ricerca agli artisti, poi agli psicoanalisti, hanno sempre ritenuto che fosse il cervello, il pensiero, il principale attore del comportamento e della intelligenza umana. Ma ciò ha dei limiti molto precisi, come si è visto più sopra, il “sentire” all'interno non ha limiti, perché proviene dal contesto superiore al nostro, da una realtà che racchiude in sé la nostra soltanto come una parte.

In altre parole è Dio, nella Sua vastità, nella Sua opera di Creatore.






 
 
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